Un capolavoro oltre il genere


Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf è un capolavoro assoluto.
Lo è per quello che dice e per come lo dice.
Lo è indipendentemente dal fatto che lo si incaselli tra i saggi o tra i romanzi.
Sì, perché, Una stanza tutta per sé è sia un saggio, sia un romanzo.

Letto come romanzo è il racconto di come l’io narrante, chiamata a tenere una conferenza a un pubblico femminile sul tema “le donne e il romanzo”, abbia condotto le sue ricerche e sia giunta a determinate conclusioni.

Letto come saggio è - né più, né meno - che una Storia delle donne. Donne comuni; donne altolocate; donne letterate.

Un libro, dunque, che potendo essere letto sia come saggio, sia come romanzo, va al di là del genere letterario.


Ma Virginia Woolf non si “limita” ad andare oltre il genere solo per quanto riguarda la forma del suo testo: essa va oltre il genere anche nelle sue conclusioni che, lo si dice subito, potrebbero non piacere a molti lettori, appartenenti a entrambi i generi.


[Spoiler alert]


Infatti, nelle sue conclusioni, dopo aver tracciato una sommaria Storia della Letteratura al femminile dal Cinquecento agli inizi del Novecento, partendo dall’affermazione di Coleridge che una grande mente è androgina, la Woolf giunge ad affermare che «per chiunque scrive è fatale pensare al proprio sesso. È fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; dobbiamo essere una donna maschile o un uomo femminile.».


In altre parole, una persona che si dedica professionalmente alla scrittura, deve pensare e scrivere andando oltre le rigide divisioni di genere e diventare mentalmente androgina.

Chi non lo fa e continua a scrivere pensando «solo al proprio sesso», resta muto alle orecchie dell’altro genere, in quanto le emozioni che descrive sono davvero comprensibili soltanto ai lettori del suo stesso genere.


Una conclusione che - nel clima in cui il libro fu scritto - era davvero rivoluzionaria.

E, forse, in parte, ancora lo è.


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