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Edipo siamo noi

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L’Edipo a Colono di Gigi Gherzi da Sofocle non pare uno spettacolo pienamente riuscito in quanto, paradossalmente, non osa portare le premesse alle estreme (e “naturali”) conseguenze. Ovvero, la messinscena di Gherzi si mantiene ancora troppo legata alla forma tipica dello spettacolo teatrale, pur partendo, invece, da premesse tipiche delle conferenze-spettacolo. Se Gherzi avesse riposto nell’armadio la “giacchetta” da regista, per indossare quella da conferenziere, il suo Edipo a Colono - lo si crede fermamente - ne avrebbe guadagnato dal lato del coinvolgimento emotivo del pubblico. Lo si afferma in quanto pare chiaro che Gherzi, come autore del testo, è partito da una operazione di decostruzione del mito - più che da una “semplice” volontà di realizzare una messinscena della tragedia sofoclea -, per costruire una narrazione che restituisse al pubblico l’intera storia legata a Edipo e alla sua famiglia. In tal modo ha voluto accentuare i richiami all'attualità del mito di Edi

Prigionieri della Parola

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Dopo la Tempesta di Francesco Toscani per la bella regia di Andrea Piazza è uno spettacolo che - si crede volutamente - lascia lo spettatore con alcune domande in sospeso. Al termine della Tempesta di Shakespeare, il mago Prospero rende libero lo spirito Ariel. Nel testo di Toscani, una donna anziana che vive a Milano afferma di essere Ariel. Ella incontra - in un parco pubblico decisamente mal tenuto - un ragazzo e tra i due inizia un’amicizia che, nel breve giro di qualche mese, li porta a condividere le loro solitudini. Ariel, infatti, data l’evidente difficoltà economica in cui versa il ragazzo, offre al giovane ospitalità, chiedendogli in cambio di recitare, occasionalmente, passi della Tempesta di Shakespeare (in realtà sempre la stessa scena). Una richiesta che sembra al ragazzo poco impegnativa, ma che, invece, si rivela carica di conseguenze… Pur non svelando tali conseguenze, non sembra inopportuno elencare alcune delle domande che lo spettatore non può non porsi durante

Drogati di sostanze e di potere

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Salveremo il mondo prima dell’alba di Gabriele Di Luca per la regia collettiva di Gabriele Di Luca , Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi porta sulla scena un gruppo di ricchi tossicodipendenti costretti a una cura riabilitativa in un centro specializzato sito nell’orbita terrestre. Un gruppo variegato di persone accomunate dalla dipendenza da sostanze chimiche illegali e dall’esercizio “tossico” del potere. Ma - spoiler - se dalla dipendenza chimica è possibile “venirne fuori”, lo spettacolo - nel finale - mostra, invece, come non si esce dalla dipendenza esercitata dall’esercizio tossico del potere. Uno spettacolo, dunque, che non fa sconti alla classe dirigente e non tanto perché drogata di sostanze, ma in quanto drogata di potere. Un potere esercitato per distruggere gli altri e il pianeta; per arricchirsi smodatamente e per il semplice gusto del dominare. Una classe dirigente che non ha una chiara e lucida visione del Futuro, ma neppure dell’immediato! Deficienze mostrate

La Chiesa di Satana

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Stefano Butti esordisce nella narrativa, in modo assai convincente, con Il manoscritto del Diavolo , romanzo storico edito da Bolis.  L’azione si svolge nel 1555 e coinvolge direttamente un gruppo di chierici impegnati a far sì che il capo di una setta satanica non diventi papa. Il conclave che deve eleggere il successore di Marcello, infatti, è stato convocato e uno dei cardinali maggiormente “papabili” è, in realtà, un satanista spietato. Lo si afferma in un manoscritto (quello del Diavolo del titolo) nel quale si elencano fatti e misfatti della setta satanica e si fa il nome del cardinale che la guida. Manoscritto che è stato sottratto alla setta stessa che vuole recuperarlo. Ma a cercarlo non ci sono solo gli spietati satanisti: anche frate Gregorio, bibliotecario di un convento francescano del Gianicolo, si mette in cerca del manoscritto con l’intenzione di renderlo pubblico, in modo da ostacolare l’ascesa al soglio pontificio del cardinale satanista. Il romanzo si concentra prop

Le storie dei padri

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Sergio Cotti , con il romanzo La pallottola d’argento edito da Bolis Edizioni, dà voce a chi, di solito, non ne ha: i padri separati, ingiustamente accusati di molestie o violenze contro i propri figli. Padri che, in seguito a un esposto depositato dalle loro ex mogli, si vedono allontanati dai figli e cacciati da casa. Padri che affrontano un calvario lungo mesi, quando non anche anni, per vedere riconosciuta la propria innocenza. E anche quando ciò succede, spesso su di loro resta l’ombra del dubbio… Il romanzo ha una protagonista, ma, nel complesso, è corale: attraverso la storia principale di Lidia, educatrice in una comunità per minori, il lettore fa la conoscenza dei padri che - loro malgrado - ruotano attorno alla comunità stessa.  Ne conosce le storie e ne ascolta le voci. Storie di uomini costretti a difendersi da accuse infamanti (peraltro espresse in forma dubitativa, tramite gli esposti di cui sopra), e che, spesso, si ritrovano letteralmente sul lastrico, in quanto imposs

Il gioco che unisce

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Un bancone lungo quasi quanto tutto il palcoscenico divide in due lo spazio, ma, soprattutto, separa i due attori: dietro il bancone il portiere di notte; davanti a esso il cliente. Il bancone, quindi, traccia una linea di separazione; un confine tra i corpi. Uno sbarramento che pare invalicabile, ma che, in un paio di occasioni, sembra vacillare. Da una parte, dunque, il portiere di notte. Figura fisicamente presente, ma mentalmente assente: annoiato e insonnolito. Dall’altra parte il cliente. Un giocatore d’azzardo incallito che sostiene di aver visto tempi migliori, ma che, ora, è costretto, da una fortuna avversa, a sbarcare il lunario. A tentare di oltrepassare la barriera-bancone ci prova il cliente che racconta al neoassunto portiere di notte di Hughie, il vecchio portiere, deceduto da poco a causa di una malattia. Un lungo “canto funebre” che traccia di Hughie il ritratto di un uomo scialbo e senza qualità. Ma non è tanto quello che di Hughie racconta che interessa: il vero ful

Le parole costruiscono muri

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Federico Palumeri; Irene Ivaldi e Elio D'Alessandro Le parole costruiscono muri, sillaba dopo sillaba; mattone su mattone. Sono muri che entrano nella testa e non ne escono più. Muri che definiscono le identità. Come gli uccelli di Wajdi Mouawad , per la regia di Marco Lorenzi , parla di questi muri. Li mostra. Si tratta di uno spettacolo intenso e coinvolgente , quello visto al Teatro Fontana di Milano, con un cast internazionale e un’ottima regia. Gli attori sono tutti assai bravi e, oltre che con il testo in italiano, si cimentano anche con l’arabo, l’ebraico e il tedesco: la storia, infatti, prevede battute in lingue diverse che la regia ha scelto di porgere al pubblico nella lingua in cui sono previste dal testo, proiettando su un muro di sfondo la traduzione in italiano. E, se al principio, si può credere che la proiezione del testo sia un “facile” espediente per aiutare gli spettatori a comprendere la storia, basta davvero poco per rendersi conto che quelle parole sono, lett