La lettera della civiltà aliena
Il romanzo finge di essere un’autobiografia scritta dal matematico Hogarth che, anni prima, ha fatto parte del board del Progetto denominato la Voce del padrone con il quale un gruppo consistente di scienziati di varie discipline ha tentato di decifrare una lettera proveniente da una progreditissima civiltà galattica.
Il segnale alieno è stato captato per puro caso e, ancora più casualmente, si è scoperto che esso conteneva in sé un messaggio.
L’io narrante dichiara fin dall’inizio che i tentativi di decifrazione sono miseramente falliti e il suo racconto altro non è che la spiegazione del perché si è deciso di rinunciare all’impresa di capire il contenuto del messaggio.
Il Progetto la Voce del padrone è stato voluto da esercito e politica e da loro finanziato e sorvegliato: la loro speranza, neppure tanto sottaciuta, è che il messaggio possa contenere le istruzioni per la fabbricazione di un'arma che dia agli Stati Uniti la supremazia mondiale.
L’io narrante, quindi, mette in evidenza come la politica e la cultura della sopraffazione siano alla base dell’evoluzione umana e come la nostra civiltà, che si crede tanto progredita, sia, in realtà, ancora a livelli di sviluppo assai bassi, non solo perché non è in grado di capire ciò che un’altra civiltà sta dicendo, ma perché non comprende che puntare sulla supremazia bellica non è la via giusta da percorrere se si vuole fare dell’Umanità una specie che le altre civiltà della Galassia possano prendere in seria considerazione.
Al posto della cultura della sopraffazione, servirebbe una governance mondiale che potesse coordinare e indirizzare lo sviluppo tecnologico e culturale.
Hogarth, però, non solo mette in luce come i rappresentanti politici e dell’esercito non siano dell’avviso di intraprendere una forma di collaborazione con l’altra parte della barricata, ma siano anche diffidenti dei propri stessi scienziati, che spiano senza ritegno.
In definitiva, se il messaggio non lo si è decifrato, è perché l’Umanità non è ancora all’altezza della situazione, in quanto ancora dominata da dinamiche di tipo tribale.
Pur non potendo non condividere le preoccupazioni espresse da Lem nel romanzo, va detto, con franchezza, che esso risulta un po’ verboso e a tratti caotico, in quanto, a volte, la narrazione si perde in “sottotrame” che potevano - a parere di chi scrive questa nota - essere benissimo espunte dalla trama principale.
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