Pur di tenersi l'amico


Tradimenti di Harold Pinter per la regia di Maurizio Schmidt con Gaetano Franzese, Lucrezia Mascellino e Claudio Pellegrini è decisamente un gran bello spettacolo.


Gli arredi in palcoscenico sono coperti da delle lenzuola antipolvere: tutto è già acqua passata.

Entrano gli interpreti e danno corpo a un lungo flashback che dal 1977 arriva al 1968 e che illumina i momenti salienti di una storia d’amore a tre.

Lei è sposata con lui ed è l’amante del migliore amico di lui.

Un classico.

Solo che lo sposo sa.


Attenzione spoiler


Lo sposo sa e fa di tutto per tenersi l’amico: non chiarisce con lui se non nel 1977, quando, ormai, la storia tra sua moglie e l’amico è finita ed è finita anche la sua relazione con la moglie e, quindi, non ha più nulla da temere.

Sa da sempre. Dal 1968: ha visto ed è stato zitto.

Anzi, nel finale modificato dal regista, accetta di stare tra l’amico e la moglie.

Il testo di Pinter, diversamente dallo spettacolo di Schmidt, termina in modo volutamente equivoco: dopo che Jerry ha detto a Robert di aver elogiato Emma in qualità di migliore amico e testimone dello sposo, Robert esce di scena e i due restano immobili a fissarsi.

Nello spettacolo di Schmidt, invece, Robert non solo non esce di scena, ma si sdraia in mezzo a Jerry ed Emma. 

Complice e, assai probabilmente, speranzoso che la nascente relazione extraconiugale non lo escluda del tutto. Che, non solo continui a essere il marito di Emma, ma anche il migliore amico di Jerry.

E, forse, speranzoso che di Jerry possa diventare, tra una doccia post squash e l’altra, anche qualcosa di più che il migliore amico…


A dare corpo ai tre personaggi tre attori in stato di grazia: Gaetano Franzese, il marito che si dibatte tra un senso di rancorosa impotenza e la speranza di non perdere il suo migliore amico;  Lucrezia Mascellino una donna che trova l’amore fuori dal matrimonio e che cerca nel marito l’amico sulla spalla del quale piangere quando l’amante è assente; e Claudio Pellegrini un eterno bambinone che cerca di sfuggire alle proprie responsabilità sia nei confronti della propria famiglia, sia nei confronti dell’amante e del suo migliore amico: una fuga che attua facendo finta di non sapere quello che gli si chiede di fare. E Robert glielo rinfaccia nel 1977: «[...] tu non sapevi mai niente di niente.».


Uno spettacolo che convince e coinvolge lo spettatore anche grazie a una recitazione motoria e costantemente forzata: i tre interpreti devono sovrastare il suono del pianoforte e ciò li aiuta ad abbandonare ogni falso ritegno tipico della compostezza british e a tuffarsi nella mischia.


Lunghi e insistiti applausi al “calar del sipario”.

Spettacolo da non mancare.

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