Monet: il trionfo del colore

Claude Monet, Nymphéas, vers 1916-1919, © Musée Marmottan Monet, Académie des beaux-arts, Paris 

Da domani 18 settembre e fino al 30 gennaio 2022 a Palazzo Reale di Milano sarà possibile visitare la mostra Monet. Dal Musée Marmottan Monet, Parigi a cura di Marianne Mathieu.

Si tratta di un’ottima occasione per ammirare capolavori assai cari al Maestro dell’Impressionismo che non volle mai metterli in vendita e che custodì gelosamente fino alla morte.

53 opere, suddivise in sette sezioni, che ripercorrono l’intera carriera artistica di Monet, dai primi quadri, fino ai capolavori della maturità.


Una produzione, quella di Monet, che, se è vero che pone il Maestro ai vertici dell’Impressionismo, è altrettanto vero che lo vede spaziare tra varie correnti artistiche, Astrattismo incluso.


Lo si nota assai bene durante il percorso espositivo milanese che, tra le altre, ha il pregio di presentare al pubblico sale nelle quali sono presenti quadri che raffigurano il medesimo soggetto, ma, appunto, raffigurato da Monet usando stili differenti.

Ciò che, però, risulta assai chiaramente è il fatto che nell’arte del Maestro francese il colore trionfava sulla forma: infatti i contorni delle figure, via via, perdono di importanza, a tutto vantaggio del colore che diventa protagonista assoluto e, in alcune opere, riesce ad annullare completamente la forma che è solo immaginabile dallo spettatore.


Tra i capolavori esposti a Milano, piace segnalare:

  • Il ponte di Charring Cross (1899 - 1901), evanescente al punto da sembrare quasi un negativo fotografico;
  • Lo stagno delle ninfee (1917 - 1919), in cui la forma è appena accennata e il colore inizia a prendere il sopravvento;
  • Ninfee (1916 - 1919), in cui il verde delle alghe lotta con il lillà dei fiori che si espande sulla tela senza soluzione di continuità;
  • Il ponte giapponese (1918 - 1924), in cui il ponte in quanto tale non è riconoscibile e il colore, esteso in modo “disordinato”, crea un dipinto astratto;
  • Le rose (1925 - 1926), in cui, timidamente, la forma torna ad essere presente, ma accennata, quasi si trattasse di una “macchia”.

Una mostra da non mancare.

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