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Quegli editori inutili a Tempo di Libri


Si è conclusa ieri a Milano la seconda edizione di Tempo di Libri.
Al di là dei meriti e dei risultati della manifestazione, qui si vuole solo riportare una semplice riflessione che è nata in seguito alla visita ai padiglioni della fiera e a uno scambio di battute con un editore presente con un proprio stand.

Le parole che seguono lungi dall'essere nate spinte da una volontà polemica, sono, invece, venate da un grande senso di tristezza.
Sì, perché da manifestazioni come Tempo di Libri se ne può uscire anche con un senso di tristezza e insoddisfazione notevoli.

Può succedere se si nota che, a parte le eccezioni, i piccoli espositori allestiscono il loro stand come se fossero al mercato del pesce: oltre a mettere la loro merce sulla bancarella esponendola in modo da risultare invitante, usano il banco come divisore fisico tra venditore e acquirente. 
Forse, però, un editore dovrebbe ragionare in modo differente da un pescivendolo e sentirsi parte di una comunità formata da lui, gli autori che ha scelto di pubblicare e i lettori.
I lettori, in altre parole, non dovrebbero essere visti solo come dei clienti che aprono la borsa, ma come gli attori di una relazione, mancando i quali non servono né autori, né editori.

Ma quando ho chiesto a un editore a caso quale fosse la sua mission, mi sono sentito rispondere con arroganza che lui non ha mission e che la cosa più importante era che il visitatore che era presente mentre rivolgevo le mie domande (evidentemente non gradite) avesse comprato due libri.
“Ne è proprio sicuro?” ho chiesto sconcertato. 
“Assolutamente” ha risposto. 
A quel punto mi sono chiesto se i due libri li avesse venduti a peso e non mi sarei stupito di sentire il classico “Un etto e cinquanta, che faccio lascio?”.

E che il mio tentativo di relazione non fosse gradito l’ho, in genere, percepito dall'atteggiamento abbastanza comune degli espositori: seduti dietro il loro banchetto con il PC acceso e del tutto incuranti di quanto succedeva attorno a loro.
In altre parole, ho avuto la sensazione che la manifestazione fosse percepita da molti piccoli editori come un modo per rifilare qualche volume a dei clienti occasionali e non come un’occasione per costruire delle relazioni con potenziali nuovi lettori o scrittori.

E, per finire, la sensazione che il lettore sia da molti visto solo come “il pollo da spennare” la si ha anche dando uno sguardo ai cataloghi e alle copertine dei libri esposti.
I primi non hanno alcuna coerenza editoriale, ma sono solo un’accozzaglia di titoli. Il sospetto è che quei libri siano stati pubblicati solo perché l’autore ha “contribuito” generosamente alle spese.
Le copertine, invece, semplicemente urlano vendetta, per quanto sono brutte e pacchiane!

Ma qual è l’utilità sociale di simili editori manifestamente privi di una qualsivoglia funzione culturale?

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