Accabadora | L'ultima madre


Accabadora di Michela Murgia è un capolavoro assoluto.

E questo anche grazie al fatto che la Murgia è una narratrice potente. 

Infatti, nella scrittura della Murgia acquistano una forza inedita pure quelle affermazioni che, avulse dal contesto narrativo, potrebbero sembrare frasi fatte.

Ma è una narratrice potente soprattutto per le storie forti che racconta.


E quella dell’accabadora di un paesino sardo della seconda metà del Novecento è una storia doppiamente forte, perché narra sia della pratica di “figli dell’anima” (ossia delle adozioni generate «dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra»); e sia della pratica dell’eutanasia.


Un romanzo che si vorrebbe definire corale, se non fosse che una protagonista c’è: quella Maria “figlia dell’anima” dell’accabadora (ossia di colei che pratica l’eutanasia); unica nel paese a ignorare la verità sulla madre adottiva.


Un romanzo, quello della Murgia, che, pur essendo vicino alla coralità per i tanti personaggi con diritto di parola, è lontanissimo dal bozzettismo folcloristico: niente è descritto con quella patina di nostalgia o di superiorità ironica che, troppo spesso, emerge quando certi scrittori ambientano le loro storie in mondi apparentemente lontani nel tempo e nello spazio (ma la Sardegna della Murgia non è né l’una, né l’altra cosa).


La Sardegna della Murgia, più che una terra lontana e folcloristica, è l’Italia degli Anni Cinquanta: un Paese in cui i ruoli di genere sono definiti e hanno il carattere dell’inesorabilità. 

Agli uomini, infatti, si chiede di essere forti, prestanti e di difendere la Patria anche a costo della vita. 

Alle donne di prendersi cura delle persone. 

E tra le varie incombenze relative alla cura, c’è anche l’accompagnamento dei moribondi verso la meta finale.

Non per niente, l’accabadora di sé dice di essere «l’ultima madre che alcuni hanno visto.».


Ma la Sardegna della Murgia è anche il luogo in cui appare in tutta la sua evidenza come la vita sia intrinsecamente e inesorabilmente intrecciata con la morte.

Come le due camminino a braccetto.

E lo dimostra in modo plastico la scena della proposta di matrimonio che Andrìa fa a Maria durante la veglia funebre del fratello di lui, aiutato a morire proprio dall'accabadora.


E i tre sono anche i protagonisti di una delle scene più commoventi della letteratura degli ultimi anni: quella in cui Andrìa fa visita al «cadavere vivo» dell’accabadora.

Non si aggiungono i dettagli, per lasciare intatta al lettore l’emozione che essa provoca. 


Un romanzo di cui si consiglia la lettura.


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