Invitati a scegliere


Il palcoscenico è vuoto.
Entrano gli attori e si collocano sul proscenio.
Salutano il pubblico in sala e lo invitano a scegliere tra due copioni da recitare.
Fatta la scelta, un attore inizia a raccontare la favola di Hänsel e Gretel mentre gli altri attori, piazzati davanti a dei microfoni, fanno i rumori di scena.
Dalla fiaba, pian piano, si passa alle vicende di casa Klingenfeldt, dove regna sovrano un orco.
Il padre.


Il padre di cui si sta festeggiando il 60esimo compleanno.

E, proprio durante la cena celebrativa, il primogenito Christian, al momento del brindisi, invita i commensali a scegliere tra due discorsi.

Fatta la scelta, racconta di quando «papà faceva il bagno», rivelando, in tal modo, gli abusi sessuali di cui è stato vittima assieme alla sorella gemella (suicida pochi mesi prima).


Gli altri familiari si affrettano a smentire Christian, e nel farlo, vengono messe in luce le debolezze mentali del giovane che, fin da piccolo, ha avuto difficoltà a distinguere tra la fantasia e la realtà.

A chi credere, quindi?

Chi sta dicendo la verità e chi mente?

Bisogna scegliere.


Durante tutto lo spettacolo il pubblico di Festen. Il gioco della verità per la regia di Marco Lorenzi è invitato a scegliere.

Invitato a distinguere tra la finzione e la realtà.

E per dargli modo di fare la propria scelta, è costantemente messo di fronte ai meccanismi della finzione.

Infatti, a delimitare il proscenio, quando inizia il racconto delle vicende di casa Klingenfeldt, ci pensa un velario/schermo sul quale vengono proiettate in diretta le azioni che vi si svolgono dietro, sul palcoscenico.

Azioni atte a rinforzare la narrazione familiare: quella di una casa della grande borghesia industriale, nella quale ci sono stanze da bagno con l’idromassaggio e cuochi pronti ad allestire banchetti da favola.

Azioni di cui viene sempre messo in evidenza l’aspetto scenico, di recita, e di cui il personaggio del nonno è l’emblema (con il “trucco e parrucco” dichiarato come tale).


Davanti al velario/schermo, invece, esplodono le tensioni.

Il proscenio; la sala e il resto del teatro sono, quindi, i luoghi in cui la verità viene mostrata e non tenuta a freno, ingabbiata.

In questi spazi non si balla; non si canta; ma ci si insulta; si litiga; ci si picchia; ci si riappacifica con la verità.


Non è un caso, allora, né che il padre riceva il castigo dopo che il velario/schermo è caduto definitivamente, né che la colazione del giorno dopo venga consumata dagli attori direttamente in platea.

La verità ha trionfato e non c’è più bisogno di velari/schermi, né di immaginarie quarte pareti.

La verità unisce non solo gli attori/famiglia, ma anche gli attori con il pubblico/società.


Uno spettacolo complesso, quello di Lorenzi, ma che il pubblico presente ieri sera al Teatro Fontana di Milano ha mostrato di aver molto gradito, chiamando più volte gli attori al proscenio.


Merito non solo della assai bella regia di Marco Lorenzi (autore, assieme a Lorenzo De Iacovo dell’adattamento italiano del film di Thomas Vinterberg) e che si conferma essere un regista di valore, ma anche delle belle prove di tutti gli attori.

Piace ricordare qui il Christian tormentato di Elio D’Alessandro; la Helene fragile e bugiarda di Barbara Mazzi; il Michael irruente e violento di Raffaele Musella; il padre elegante e autoritario di Danilo Nigrelli; la madre complice e meschina di Irene Ivaldi; l’amministratore e cerimoniere di Yuri D’Agostino che tenta di tenere viva la finzione e il cuoco di Angelo Tronca che, invece, spinge Christian alla rivelazione e lo sostiene nelle ore seguenti.


Uno spettacolo da non perdere.

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