La democrazia è difficile

Nome di battaglia Lia
Marta M. Marangoni e Rossana Mola


«La democrazia è difficile» viene detto all’inizio dello spettacolo Nome di battaglia Lia di Renato Sarti, anche regista e interprete assieme a Marta M. Marangoni e Rossana Mola, andato in scena ieri e l’altroieri al Teatro della Cooperativa di Milano, in occasione del 25° anniversario del medesimo.

«La democrazia è difficile» e, sembra dire lo spettacolo, va difesa da quanti la mettono in discussione e la minano dall’interno anche al giorno d’oggi.

Lo si può evincere dai riferimenti all’attualità che ricorrono nel corso della narrazione: lo spettacolo, infatti, ricostruisce gli ultimi mesi del regime fascista a Milano e come esso sia stato messo alle strette dalla Resistenza; e - come detto - ogni tanto fa dei riferimenti mirati all’attualità.


Nella Resistenza un ruolo importante avevano le ragazze dei Gruppi di Difesa della Donna che avevano il loro “quartier generale” proprio là dove ora c’è il Teatro della Cooperativa.

Erano donne pronte a fare chilometri in bici per portare messaggi, viveri e vestiti agli uomini “sulle montagne”; a nascondere le armi; a organizzare una protesta tutt’altro che silenziosa; a nascondere i ricercati e ad aiutarli a darsi alla macchia.

Donne coraggiose e combattive, come Gina Galeotti Bianchi (la Lia del titolo) che venne raggiunta da un colpo d’arma da fuoco il 24 aprile 1945  mentre, incinta, stava facendo la staffetta per portare gli ordini dell’insurrezione.


Di lei (e delle altre donne della Resistenza) lo spettacolo ricostruisce la vita e l’impegno; e lo fa usando ritmi serrati e un certa leggerezza in grado di coinvolgere il pubblico in sala.

I tre interpreti danno corpo a tutti i vari personaggi che vanno a comporre la serie di brevi quadri con i quali la storia viene ricostruita. 

Quadri più tipici del racconto cinematografico che di quello teatrale e che danno una piacevole sensazione di dinamicità all’azione scenica che, altrimenti, rischierebbe di restare statica, in quanto troppo legata all’idea del racconto/testimonianza.

Il risultato è assolutamente convincente e al metaforico “calar del sipario” i tre attori sono stati salutati da un lungo, caloroso e insistito applauso.

Del tutto meritato.


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